Semplificare non per rinunciare, ma per tornare a ciò che conta davvero

Un bisogno che emerge con il tempo, soprattutto quando il superfluo comincia a pesare.

CASA E QUOTIDIANO

1/18/2026

margherite colorate in vaso in giardino al sole
margherite colorate in vaso in giardino al sole
  1. Fare spazio come modo di stare al mondo

Non sono mai stata una persona che accumula.
Fare spazio mi è sempre venuto naturale, fin da bambina. È stato il mio modo di stare al mondo, forse anche un’eredità: sono cresciuta in una casa ordinata, fatta di gesti essenziali, dove le cose avevano un posto e il superfluo non veniva trattenuto.

Mia madre aveva un modo ansioso di prendersi cura di tutto: pochi gesti, ripetuti, carichi di enfasi. Da quel modello mi sono sempre sentita distante. Ho imparato a mie spese che l’ordine non è rigidità, ma attenzione. Che fare spazio può essere una forma di rispetto.

E per molto tempo questo è stato semplicemente il mio modo di vivere, quasi automatico.

  1. Quando alleggerire diventa un bisogno

La differenza è arrivata più tardi, dopo i cinquant’anni, quando a cambiare non è stato solo il desiderio di semplicità che c’è sempre stato, ma lo sguardo. È arrivata una domanda, silenziosa ma insistente, difficile da ignorare: "Ma da adesso in poi cosa ne sarà della mia esistenza e di quella dei miei cari?"

A metà della vita, con un bagaglio pieno di cose, molti ruoli già attraversati, aspettative, abitudini, e una sensazione di peso che non sapevo più dove mettere, ho sentito il bisogno di fare qualcosa di diverso. Non aggiungere, ma togliere. Non controllare, ma scegliere.

È lì che è iniziata la mia rivoluzione gentile.
Non fatta di tagli netti o gesti eclatanti, ma di scelte più consapevoli. Di un alleggerire che non nasce dal controllo, ma dall’ascolto. Dal riconoscere ciò che non mi serve più e dal concedermi di lasciarlo andare. Anche se un tempo era importante.

Alleggerire, per me, non è mai stato rinunciare. Ma ad un certo punto ho provato una sensazione strana, una sorta di stanchezza sottile, di quelle che non se ne vanno con una notte di sonno.
Una sensazione silenziosa, difficile da spiegare, che a un certo punto dice: "Ma non sarà forse il caso di contestualizzare questi gesti automatici e farli diventare consapevoli e utili?"

  1. Una rivoluzione gentile

E così ho iniziato, un po' per volta, a sistemare la mia esistenza materiale e immateriale. Un oggetto alla volta, un dovere alla volta, una persona alla volta. Non con l'idea di buttare per fare spazio o riordinare a tutti i i costi, ma immaginando la leggerezza e la semplicità di un'esistenza più lineare, snella e consapevole.

Alcune cose sono andate via senza fare rumore. Altre hanno resistito. Non perché utili, ma perché piene di vita vissuta, di gesti, di ricordi.
E ho capito che non si tratta di avere meno ma di tenere ciò che conta. Di riconoscere ciò che ha ancora un posto e lasciar andare il resto, senza sensi di colpa.

Fare spazio, per me, non ha mai significato stravolgere tutto. Amo anche solo i piccoli spostamenti, quelli che non si vedono subito ma cambiano l’aria di una stanza.
Quelli che, giorno dopo giorno, rendono la vita un po’ più abitabile.

Col tempo, lo stesso movimento è arrivato altrove. Nel modo di vivere le giornate. Nel rapporto con il tempo che ho smesso di riempire fino all’orlo. Nel dire qualche "no" in più, senza sentirmi obbligata a spiegarmi. Nel concedermi ritmi più lenti, anche quando il mondo sembra correre in direzione opposta.

Dopo una certa età, il tempo cambia passo. Non è una perdita. È un cambio di sguardo.

  1. Scrivere ti riconnette con te stessa

Ci sono cose che smettono di essere urgenti. Altre che diventano improvvisamente essenziali.
E ci si accorge che alleggerire non significa rinunciare ma scegliere con più cura. Ascoltando sé stesse, finalmente, senza fretta e senza giudizio.

In questo spazio raccolgo ciò che mi è stato utile: piccoli gesti quotidiani, conoscenze utili e pratiche gentili, nate dall’esperienza e pensate per accompagnare questa fase della vita con più semplicità, presenza e rispetto di sé.
Le condivido perché possano essere utili anche a te.

Non troverai ricette perfette né soluzioni valide per tutte. Troverai parole da leggere con calma.
Idee da lasciare decantare. Spunti da prendere o lasciare, senza obblighi e senza aspettative.

Una casa che respira. Giornate meno piene, ma più abitate. Un rapporto più gentile con il corpo, con il tempo e con ciò che senti.

  1. Una ciotola di margherite

E quando ho sentito il bisogno di dare un nome a questo spazio, mi sono sentita finalmente me stessa. Potevo finalmente creare un posto gentile dove scrivere e incontrare amiche che si sentissero come me. Desideravo dare un nome a questo luogo, che raccontasse la mia visione senza irrigidirla, che parlasse di semplicità senza diventare regola. Cercavo qualcosa di caldo, rassicurante, accogliente. Un nome che potesse parlare alle donne che hanno vissuto molto, amato tanto, corso veloce, rinunciato troppo.

Non volevo un nome che promettesse cambiamenti drastici. Volevo un nome che promettesse, semplicemente, di stare bene.

Una ciotola di margherite è diventata così l’immagine più vera di ciò che cercavo: l’essenziale che non rinuncia alla poesia, la lentezza che non pesa, la scelta di tenere con sé solo ciò che nutre.

La ciotola è un oggetto semplice, quotidiano, aperto. Non serve per accumulare, ma per accogliere. Contiene il necessario, nutre, sta al centro della tavola senza imporsi. È essenziale, ma mai povera. Piena di possibilità, di gesti lenti, di cura silenziosa.

Le margherite non cercano di stupire. Crescono spontanee, resistenti, luminose nella loro semplicità. Sono fiori comuni e, proprio per questo, profondi.
Parlano di infanzia, di prati aperti, di tempo non misurato. Ricordano che la bellezza non è rarità, ma presenza.

Senza ansia. Senza fretta.

Una ciotola di margherite è questo:
un luogo semplice, essenziale, da abitare senza fretta.

Se ti va, puoi restare ancora un po’.
Qui non c’è fretta.

Orietta